Troppe poppate fanno male?


Venerdì 14 gennaio 2001 il British Medical Journal ha pubblicato un articolo che mette in dubbio la raccomandazione dell’OMS di allattare esclusivamente al seno per 6 mesi (l’articolo può essere scaricato gratuitamente a questo indirizzo http://www.bmj.com/content/342/bmj.c5955.full).

I media, in Italia e altrove, hanno ripreso questo articolo e ne stanno diffondendo il discutibile messaggio in un modo che potrebbe confondere le madri e le famiglie con una conseguente riduzione della percentuale di donne che allatta esclusivamente al seno per 6 mesi, periodo raccomandato anche in Italia dal Ministero della Salute e da numerose associazioni professionali. Il quotidiano La Stampa, per esempio, titola “Troppe poppate fanno male” quando non esiste nessuna ricerca e nessun ricercatore al mondo, nemmeno gli autori dell’articolo britannico, che possano dimostrare danni da allattamento al seno.

È curioso che suscitino molto interesse gli articoli che spingono ad allattare di meno, mentre non destano il benché minimo scalpore la grande quantità di studi che dimostrano come, anche nel ricco occidente, i bambini alimentati con latte artificiale o svezzati troppo presto con cibi solidi corrano il rischio di contrarre numerose malattie, da numerose infezioni all’obesità, con altissimi costi per l’individuo, la famiglia, il sistema sanitario, la società e l’ambiente. Non sarà per eccesso di riverenza nei confronti delle multinazionali e delle loro inserzioni pubblicitarie?

È altrettanto curioso come buone pratiche per proteggere la salute dei nostri bambini a costo zero passino in sordina. Un esempio? L’articolo del British Medical Journal paventa tra gli altri il rischio di anemia nei bambini allattati esclusivamente al seno fino ai 6 mesi. L’argomento “ferro” e “anemia” è in gran voga ultimamente, come dimostrano le campagne pubblicitarie di alimenti per l’infanzia. Non tutti sanno però che per aumentare efficacemente le riserve di ferro di un neonato e prevenire l’anemia è sufficiente attendere un paio di minuti prima di tagliare il cordone ombelicale al momento del parto. Una pratica del tutto gratuita, priva di rischi, e che rende inutile, per la maggior parte dei bambini, l’uso di alimenti fortificati in ferro (con buona pace di chi li produce).

Chi si occupa di salute dovrebbe informare i genitori che l’indicazione sull’età del cosiddetto svezzamento (il termine corretto è “alimentazione complementare” poiché si tratta, appunto, di introdurre cibi idonei all’età del bambino, proseguendo l’allattamento al seno) è un riferimento generico: si tratta, infatti, di raccomandazioni di salute pubblica, valide a livello di popolazione generale.

Per fortuna i nostri bambini non leggono né le raccomandazioni dell’OMS né gli articoli del British Medical Journal, ma si sanno regolare in base alle loro tappe di sviluppo e ai loro bisogni nutritivi: ogni mamma ed ogni pediatra o altro operatore sanitario sanno benissimo che ci sono dei bimbi che sono pronti ad aggiungere altri cibi al latte materno prima dei 6 mesi (anche se sono rarissimi i bimbi pronti a 4 mesi), come ce ne sono che a 6 mesi non sono ancora pronti, ed allora bisogna aspettare i 7 o gli 8 mesi, continuando ad offrire, senza forzare, cibi sani e sicuri.

L’introduzione di altri alimenti in aggiunta al latte materno è una delle tante tappe dello sviluppo del bambino, e così come per camminare o parlare c’è una grande variabilità da un bimbo all’altro: non tutti i bambini camminano a 12 mesi, ma un genitore non si preoccupa se a quell’età suo figlio non cammina. Come mai non si trasmette la stessa serenità rispetto all’alimentazione? Forse perché, purtroppo, ci stanno dietro enormi interessi economici, e spesso articoli e ricerche pilotati ad arte.

Perché l’articolo del British Medical Journal ed il modo in cui lo presentano i media fanno acqua?

  • È presentato come un “nuovo studio”, cosa che non è, trattandosi semplicemente dell’opinione personale degli autori sulla base di una loro lettura di articoli già pubblicati da molti anni. Autori che tra l’altro non dicono come hanno scelto gli articoli che discutono, di che qualità siano, e quanto siano solide le rispettive argomentazioni.
  • Tre dei quattro autori dell’articolo, Mary Fewtrell, Alan Lucas e David Wilson, dichiarano di aver ricevuto finanziamenti da industrie di alimenti per l’infanzia, non per questo articolo ma per altre loro ricerche ed attività. Questo non li rende certo al di sopra di ogni sospetto.
  • Gli autori non mettono in discussione la superiorità dell’allattamento al seno rispetto all’alimentazione artificiale, né la raccomandazione di continuare ad allattare anche dopo l’introduzione di alimenti complementari, fino a 2 anni ed oltre come dice l’OMS, o fino a quando madre e bambino lo desiderino come dice il Ministero della Salute. Gli autori mettono solamente in dubbio l’età media di introduzione dei primi alimenti in un bambino allattato al seno. Affermano che la raccomandazione dell’OMS (6 mesi) si basa su poche certezze: 18 studi, tra i quali solo 2 controllati e randomizzati, cioè del tipo che offre maggiori certezze. Ma nel mettere in dubbio le prove fornite dall’OMS gli autori citano una quindicina di articoli pubblicati dopo il 2001, cioè dopo le raccomandazioni dell’OMS, nessuno dei quali però offre maggiori certezze rispetto ai 18 studi citati dall’OMS. Anzi, molti di questi studi sono più deboli dei precedenti, ed alcuni portano addirittura acqua al mulino dell’OMS.
  • Gli autori citano poi, scorrettamente, due studi controllati e randomizzati tuttora in corso in Gran Bretagna, quasi a dimostrare che, se si fanno questi studi, è perché ci sono dubbi sulle raccomandazioni OMS. Ma non ha senso citare studi non ancora conclusi né pubblicati a sostegno delle proprie opinioni, dato che non si sa nemmeno a quali conclusioni porteranno.
  • Senza portare nessuna prova, l’articolo suggerisce che una ritardata (a 6 mesi) introduzione di alimenti complementari potrebbe favorire l’obesità. Secondo gli autori, è meglio anticipare l’assaggio di nuovi sapori, soprattutto quelli amari tipici delle verdure, per abituare il bambino ad apprezzarli e gradire quindi, più avanti con l’età, una dieta variata. Gli autori si dimenticano di dire che il bambino allattato al seno (e prima ancora durante la gravidanza) ha già sperimentato tutti questi sapori, che passano nel latte materno (e nel liquido amniotico). Inoltre l’obesità potrebbe essere dovuta a fattori indipendenti dall’allattamento e dalla sua durata: il rischio legato ai cibi spazzatura e alle bibite zuccherate (prodotti dalle stesse multinazionali che producono cibi per l’infanzia) è noto da molti anni!
  • Portando a sostegno delle loro tesi articoli che in originale presentano già i loro risultati come preliminari e bisognosi di conferme, gli autori suggeriscono anche che una ritardata (a 6 mesi) introduzione di alimenti complementari potrebbe favorire l’insorgere di allergie e celiachia. Si tratta solo di ipotesi. La Società Europea di Gastroenterologia, Epatologia e Nutrizione Pediatrica aveva già discusso l’ipotesi della celiachia alla fine del 2009 ed aveva considerato le prove disponibili insufficienti a fornire certezze. Quanto alle prove riguardanti le allergie, si tratta pure in questo caso di ipotesi, legate del resto al fatto che tuttora si ignora l’origine delle allergie.

Articoli come quello britannico hanno l’unico risultato di creare confusione nei genitori e con ogni probabilità vanno a vantaggio solamente di chi produce alimenti per l’infanzia, dato che permette di guadagnare una considerevole fetta di mercato, cioè quella dei bambini tra i 4 e i 6 mesi.

I giornalisti e i media dovrebbero approfondire in maniera indipendente da altri interessi l’argomento, prima di contribuire ad aumentare la confusione.

In rete sono reperibili numerosi altri commenti a questo articolo, tra i quali citiamo quelli delle risposte rapide sullo stesso sito del British Medical Journal (http://www.bmj.com/content/342/bmj.c5955/reply#bmj_el_248152) e:

Per ulteriori informazioni:

IBFAN Italia www.ibfanitalia.org

MAMI Movimento Allattamento Materno Italiano www.mami.org
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Bambini iperattivi e additivi

I bambini iperattivi, affetti da quello che è definito “disordine da deficit dell’attenzione”, secondo alcune statistiche colpisce la popolazione infantile in una percentuale che va dall’4 all’20%.
Nei ragazzi la frequenza è maggiore che nelle ragazze (il rapporto è di ca 5:1).
Questa viene considerata una “malattia di competenza psichiatrica”:  i bambini sono irrequieti, hanno attenzione di breve durata, fanno fatica a portare a termine le cose, hanno scarsa concentrazione. Spesso il tutto si associa a difficoltà scolastiche sia per quanto riguarda l’apprendimento che il comportamento.

Alcune ricerche dimostrano che è responsabile di questi comportamenti anche l’ipersensibilità agli zuccheri e ad alcuni additivi alimentari quali la tartrazina (Giallo n. 5), i fosfati, i coloranti artificiali, i conservanti. Il conservante “benzoato di sodio”, ad esempio è molto diffuso: la maggior parte delle bevande analcoliche gassate lo contiene da solo o in associazione con altri conservanti. Una bevanda analcolica, ne può contenere anche 25 mg/250 ml.
Quanti genitori leggono le etichette di ciò che introducono nel carrello della spesa? E sono informati su questi aspetti? E cosa dire dei distributori automatici di bibite analcoliche sempre più diffusi negli edifici pubblici e nelle scuole?

La ricerca delle allergie e delle intolleranze alimentari in questi bambini parrebbe dunque molto importante.
Occorre eliminare tutti gli zuccheri raffinati e sostituirli con miele, succo d’acero, malto o zucchero di canna grezzo (attenzione perchè quello in commmercio è spesso zucchero raffinato tinto, meglio rivolgersi ai negozi specializzati o alle botteghe dell’equo solidale).
Tra gli integratori adatti sono certamente il calcio e il magnesio che donano calma e rilassatezza.

Va ricordato anche che il bambino iperattivo spesso è un bambino ipersensibile, ha bisogno di supporto, aiuto, attenzioni e contenimento. Emotivamente si sente spesso travolto dallo stress, ma è incapace di risolverlo affrontandolo.

Questi bambini hanno spesso paure, ansie che tengono nascoste (specialmente i maschi) e per sfuggirle tendono a vivere nel futuro.Sono molto impazienti e non vedono l’ora che sia già domani.
Nell’arco dell’ultimo ventennio, sono state stravolte le basi della serenità quotidiana di bambini e adolescenti. Non servono psicofarmaci, ma solo qualche attenzione in più…

Affettività materna

Renè Spitz, (Vienna 1887-Denver 1974) psicoanalista statunitense di origine austriaca, si soffermò molto sull’importanza che riveste per il bambino, soprattutto nei primi mesi di vita, ma anche durante la gravidanza, l’atteggiamento affettivo della madre. La madre, che serve da orientamento per il lattante, rappresenta l’“ambiente” ( tutte le influenze ambientali e culturali arrivano al bambino attraverso la madre o il suo sostituto),  ed è quindi determinante l’influenza che il suo atteggiamento esercita sullo sviluppo psichico del bambino.

Spitz effettuò alcuni studi su alcuni bambini ricoverati in istituti perché abbandonati dai genitori o in quanto figli di detenute. Questi bambini potevano soddisfare ogni loro pulsione primaria, perchè venivano nutriti, cambiati ecc.. ma nonostante ciò potè verificare che entravano spesso  nella cosiddetta depressione anaclitica (quadro clinico che si riscontra in casi di carenza affettiva). Tali comportamenti sono, in ordine progressivo: lamentele e richiami (primo mese di separazione) pianto e perdita del peso (secondo mese) rifiuto del contatto fisico, insonnia, ritardo dello sviluppo motorio, tendenza a contrarre malattie, assenza di mimica, perdita continua di peso, posizione prona (terzo mese) cessazione del pianto e rare grida, stato letargico (dopo il terzo mese).  Se entro il quinto,  sesto mese di separazione il piccolo trova la sua figura di attaccamento o qualcuno che la sostituisca, questi sintomi scompaiono; se la separazione si protrae per più tempo alcuni di essi restano.

Questo studio ci permette di comprendere immediatamente quanto in un bambino il bisogno affettivo di calore, di relazione, di contatto, venga ancora prima di altre esigenze come quelle nutrizionali. Essere portati, cullati, accarezzati, essere tenuti, massaggiati, sono tutti nutrimenti per i bambini piccoli, indispensabili, come le vitamine, i sali minerali e le proteine, se non di più.

Un bambino che è stato desiderato, che viene accolto, coccolato, ascoltato, nasce pensando di valere molto. Rispetterà e amerà se stesso proprio perché lo è sempre stato sin dall’alba della sua esistenza: da quando per la prima volta si è affacciato alla Vita nel grembo di sua madre. Un bambino gioiosamente amato già prima della nascita sarà di certo più felice di un bambino appena tollerato, accettato con rassegnazione o addirittura rifiutato.

dal libro “Sobrietà” (Ed. Feltrinelli)

Gli adulti sono talmente convinti che il consumo sia un modo per rimarginare le ferite nei rapporti fra le persone che lo usano come mezzo per recuperare anche il rapporto con i figli. Quanti genitori, afflitti dal senso di colpa per aver trascurato i loro figli, credono di rimettere tutto a posto con un bel giocattolo? Il potere ci fa credere che la nostra felicità passi solo attraverso il possesso: così abbiamo ignorato le altre dimensioni dell’essere umano: la spiritualità, la socialità, l’affettività, la gratuità.

Il cordone ombelicale forse si taglia troppo presto

RICERCA DELL’UNIVERSITY OF SOUTH FLORIDA

Secondo uno studio, pare che nel mondo occidentale venga reciso troppo in fretta. Ritardare il momento del distacco potrebbe prevenire l’anemia e altre patologie.

MILANO – Il cordone ombelicale, metafora del legame profondo tra madre e figlio, è fondamentale nella vita intra-uterina, ma anche in quegli istanti delicati e preziosi successivi alla nascita ha un ruolo cruciale. E non bisognerebbe avere troppa urgenza di spezzarlo.

BASTANO POCHI SECONDI – Un ritardo di una manciata di secondi nel separare un neonato dalla propria madre potrebbe infatti garantire al piccolo minori possibilità di contrarre malattie. Questo, almeno, sostiene una ricerca della University of South Florida pubblicata sul Journal of Cellular and Molecular Medicine, riferendosi a difficoltà respiratorie, malattie polmonari croniche, emorragie cerebrali, anemia, sepsi e disturbi della vista. Ma che cosa, secondo gli studiosi americani, rende questi ultimi attimi del parto così significativi? Secondo il dottor Paul Sandberg, del Centre of Excellence for Ageing and Brain Repair dell’ateneo, «il funicolo ombelicale contiene molte cellule staminali (come è dimostrato anche dalla recente prassi di conservarlo) e il loro completo trasferimento al neonato rappresenta la versione “originale” del trapianto di staminali». Queste cellule, identiche hanno la caratteristica di generare gli elementi fondamentali del sangue umano (globuli rossi, bianchi e piastrine).

È NATO – Al momento della nascita di un bambino la placenta e il cordone ombelicale iniziano a contrarsi e a spingere il sangue verso il neonato fino a quando il flusso raggiunge un equilibrio e le pulsazioni si interrompono, così come l’apporto di sangue. È in questi momenti generalmente che il cordone ombelicale viene pinzato con due morsetti appositi e tagliato. Ritardare di soli trenta secondi la resezione basterebbe a ridurre i rischi, per il nuovo venuto, di emorragie intraventricolari, anemia e setticemia, oltre a diminuire la necessità di trasfusioni di sangue.

Il CORDONE OMBELICALE – Il cordone ombelicale è formato da tre vasi, due arterie e una vena, avvolti in un tessuto mucoso. Consente alla madre di inviare al feto sangue ossigenato e ricco di nutrienti. In alcune culture non viene tagliato e in soli tre giorni secca e cade spontaneamente.

Emanuela Di Pasqua
27 maggio 2010 da il corrieredellasera.it

L`iPhone insegna il mestiere alle mamme

Tratto da : http://www.uppa.it/index.php


Ormai senza iPhone non si va da nessuna parte. Non si può far bene neppure la mamma.
Andiamo in ordine: cosa deve saper fare la mamma di un neonato? Prima di tutto deve saper entrare in contatto con il bambino (o la bambina), interpretare i segnali che le vengono inviati e rispondere adeguatamente, offendo il seno (o il biberon) oppure semplicemente coccole, sicurezza e pulizia.

Ma i neonati, si sa, non parlano, comunicano invece molto spesso piangendo: perciò una delle prime cose che un genitore deve imparare è interpretare il pianto del suo bambino (o della sua bambina); un esercizio molto importante, probabilmente indispensabile per iniziare un rapporto destinato a durare per sempre.

Tutto questo valeva nell’era passata, cioè l’era A.I. (Avanti iPhone). Oggi la tecnologia ci risparmia molte fatiche, anche quella di comunicare con i nostri figli neonati. Nella nostra era, 3° anno D.I. (Dopo iPhone) basta munirsi dell’indispensabile dispositivo (una spesa abbastanza elevata, ma giustificata dall’infinità di prestazioni che il famoso telefono-gadget è in grado di fornire) e scaricare un’applicazione chiamata Cry traslator. Dopo di che basta avvicinare il telefono al bambino che piange: il microfono registrerà i vagiti e in 10 secondi li tradurrà in uno dei 4 significati possibili: sonno, fame, fastidio, noia, stress.
E poiché, come recita la pubblicità “Il miglior regalo per un bambino è quello di essere compreso da tutti”, va da sé che telefono e relativa applicazione fra un po’ saranno considerati indispensabili da tutti.

E così se l’iPhon dice “sonno” il bambino sarà messo a dormire, se dice “fame” ecco pronto il biberon (non il seno, per carità, l’elegante icona del telefono rappresenta una bottiglia, e bottiglia deve essere!). I problemi cominciano quando il telefono dice “fastidio”: che si fa? Non è che per caso serve un’altra applicazione per capire chi o cosa dà fastidio al nostro bebé? Più facile se dice “noia”: l’iPhone, come si sa, è in grado di riprodurre un film, perciò ci sarà solo l’imbarazzo della scelta su come intrattenere il pupo. E se infine la risposta dovesse essere “stress”? Ci permettiamo una nostra interpretazione: il bambino piange per lo stress di dover cominciare ad usare l’iPhon fin dal primo giorno di vita, perciò la risposta non può che essere: via il telefonino e si ritorna a fare “come gli antichi”.

Più sculacciati, più aggressivi

I bambini che ricevono più sculaccioni intorno ai 3 anni, rispetto ai loro coetanei che non li subiscono, corrono un rischio superiore al 50% di diventare più aggressivi intorno ai 5 anni.
Ne ha parlato la dottoressa Catherine A. Taylor, durante la convention American Public Health Association di San Diego, presentando i risultati dello studio condotto dal suo team, i ricercatori della Tulane University School of Public Health and Tropical Medicine di New Orleans.
“Quando i genitori ricorrono alla disciplina, di solito cercano di insegnare ai loro bambini una lezione per aiutarli a capire e a comportarsi bene, sia nel breve che nel lungo termine” spiega la dott.ssa Taylor, che aggiunge: “Dare uno sculaccione può avere un effetto positivo immediato ma può avere conseguenze negative negli anni successivi”.
Il team della dottoressa Taylor ha osservato un gruppo di famiglie con bambini durante la prima infanzia, rilevando che l’uso frequente di metodi educativi basati sulla punizione fisica, come gli sculaccioni, a distanza di un paio di anni aumentavano nei bambini la tendenza all’aggressività o ne accentuavano i comportamenti aggressivi.
Secondo i ricercatori, bisognerebbe scegliere delle strategie educative che abbiano l’efficacia degli sculaccioni ma che non abbiamo gli stessi effetti negativi.
In pratica, la dottoressa Taylor suggerisce ai genitori di fare riferimento ai consigli dell’American Academy of Pediatrics (AAP), l’associazione che riunisce più di 60.000 pediatri americani.
Ecco i punti cardine che secondo gli esperti aiutano i genitori a impostare un approccio educativo efficace:

  • Pensare prima di parlare. Se dettate una regola o fate una promessa, dovete mantenerla, essere realistici, valutare se il”no” è davvero necessario.
  • Non rafforzare comportamenti e atteggiamenti sbagliati, anche se nell’immediato potrebbe tornare “comodo”. Per esempio, se il bambino fa i capricci mentre fate la spesa e per quietarlo gli date una caramella, la volta successiva in cui vi ritroverete al supermercato tenderà a fare altrettanto per ottenere quello che vuole. I bambini, naturalmente, tendono a riproporre i comportamenti che hanno sperimentato come “efficaci”.
  • Essere coerenti. Si tratta di un impegno difficile: nessuno, precisano gli esperti, riesce a esserlo fino in fondo ma è importante stabilire regole e obiettivi educativi, e rispettarli. Di fronte a continui cambiamenti e tentennamenti, i bambini si confondono e vogliono a scoprire quali siano i veri limiti arrivando ad atteggiamenti di “sfida”.
  • Essere attenti ai sentimenti e alla sensibilità del bambino. Cercare di capire perché il bambino si sta comportando male, significa aver praticamente risolto il problema. Suggeriscono gli esperti: fate sapere al vostro bambino che avete capito il motivo del suo comportamento. È un atteggiamento che aiuta a instaurare collaborazione e trasmette empatia. Per far questo, bisogna osservare, sforzarsi di capire se un comportamento ha un significato speciale, se deriva da gelosia, tristezza, frustrazione. Parlatene con vostro figlio facendogli intendere che avete capito il suo stato d’animo.
  • Imparare dagli errori. Un consiglio che gli esperti dell’AAP danno ai genitori, anche come atteggiamento da trasmettere ai bambini. Gli errori sono opportunità per imparare. Se non siete riusciti a gestire una situazione, spiegano, andrà meglio la prossima volta, soprattutto se vi sforzate di capire dove avete sbagliato e perché. Se avete agito impulsivamente, aspettate di calmarvi, scusatevi con vostro figlio, spiegategli come intendete gestire la situazione in futuro e, naturalmente, siate poi coerenti con quanto gli avete promesso. Questo atteggiamento darà al bambino un buon modello per rimediare ai propri errori.


Fonte: Reuters Health

American Academy of Pediatrics brochure — What is the best way to discipline my child?