Come conciliare la maternità con la pratica spirituale

Libera traduzione tratta da un articolo dalla rivista Tricycle di nov. 2001

(…) Fu dopo il periodo estenuante delle prime settimane dopo il parto che mi resi conto che mi ero imbarcata in un corso intensivo di meditazione.  C’erano tutti gli elementi: lunghe ore in cui stare seduta in silenzio, camminate avanti e indietro senza andare da nessuna parte,  il duro programma da svolgere, la mancanza di sonno, e cantilene ipnotiche ed enigmatiche (… fate la nanna coscine di pollo…), il rendermi conto che non dovevo aspettarmi nulla se non un altro po’ di quello che già avevo. E al centro di tutto c’era  naturalmente quello strampalato maestro di saggezza con addosso il pannolino, che mi assegnava pratiche ben più gravose di quelle in cui mi fossi  mai imbattuta durante i miei ritiri di meditazione.

Pratiche del tipo: percorrere il perimetro del soggiorno per due ore con il maestro in braccio, facendo un profondo inchino ogni due passi e cantanto trallalalala; oppure andare in bagno con il maestro addormentato in braccio cercando di risolvere il koan famoso: come fare ad abbassare i pantaloni del pigiama senza usare le mani?

Come ogni importante pratica spirituale, anche queste erano state squisitamente concepite allo scopo di scuotere la gabbia del mio ego. Esse si scontravano con la mia concezione di come avrebbero dovuto andare le cose ( dondolarmi sull’altalena in giardino accanto al cespuglio di lavanda mentre il mio piccolino dormiva nella cesta di vimini ai miei piedi), costringendo allo stesso tempo me a prendere visione  della cruda realtà. Io accanto al tavolo, che mi accingo a flettere alternativamente le gambine sul pancino di mio figlio che strilla come un pazzo, tormentato dalle coliche e rallegrandomi quando uno schizzo di colore giallo mostarda schizza fuori dal suo sederino.

In qualità di neommma mi trovo a chiedermi in che modo si può conciliare la pratica e la cura dei figli;  come si ripercuote l’essere madre sulla propria pratica; come è possibile che il ruolo di una madre rappresenti davvero un percorso di pratica valido quanto quello monastico….. e ancora, Come è possibile che pulire il naso o il sederino di tuo figlio abbia la stessa purezza delle prostrazioni di una monaca, come è possibile che svuotare un cestino pieno di pannolini sporchi porti al risveglio del  Buddha?

Non ci sono più libri sul mio comodino che parlano di illuminazione o pratiche buddhiste, ma solo libri  sul sonno dei bambini o sull’allattamento; dove prima c’era il mio altare ora c’è il tavolo per il cambio dei pannolini. Per non parlare poi degli insegnamenti del tipo: quando mangiate, limitatevi a mangiare!…… Cambio il pannolino, mentre pulisco con un calzino un po’ di bava sul pavimento e arrivo contemporaneamente faticosamente alla cornetta perché la mamma chiama 5 volte al giorno per accertarsi che sia tutto a posto….

Poi mi fermo a pensare e mi rendo conto quanto la maternità sia una stupefacente esperienza di amore. L’amore di una madre per un figlio è il sentimento più sincero che possa esistere.  Amare  mio figlio mi insegna come deve essere il vero amore: altruista, paziente e pronto al perdono, senza riserve, esente da ogni critica e pretende in cambio poco se non addirittura nulla. A  volte mi scopro a provare anche risentimento nei confronti di mio figlio, questo è pure normale, ma si tratta di quei momenti che servono a farmi  prendere contatto con il lato oscuro del mio carattere e per insegnarmi quanto lavoro devo ancora fare con le mie emozioni negative… la lezione di un grande maestro dunque quella di mio figlio! Quando vivo e sperimento l’amore per mio figlio aumenta contemporaneamente in me  anche la mia capacità di volere bene agli altri in modo illimitato, mi scopro a essere più paziente con gli altri e più compassionevole.

Chiunque sa come trascorrere tutto il tempo con i propri figli , quando ci si trova a fare acrobazie di ogni tipo per sistemare la casa, le commissioni, un lavoro fuori casa…. possa diventare motivo di esasperazione.  È così logorante stare con loro ai giardinetti , o tenerli  in braccio senza fare alcunché per ore…. quando abbiamo del lavoro importante da fare. E’ proprio in quei momenti che  comprendo invece, che se mi faccio prendere troppo dall’ossessione della produttività, diventa difficile essere presenti e accettare di vivere il momento. Prima grande lezione!

Un minuto dopo guardo  mio figlio mentre  succhia un giocattolino  e mi trovo a riflettere  come tutto questo si dissolverà presto come  una grande bolla di sapone….. ieri  lui era una protuberanza scalciante nella mia pancia, domani sarà un uomo di mezza età che piange e sparge le mie ceneri su un lago di montagna….. Questa è la seconda grande lezione, quella  sulla impermanenza che pervade tutte le cose!!!

Mentre nutro mio figlio con il latte prodotto dal mio corpo mi sento a mia volta nutrita dalla terra. Mi sento collegata ad una catena di madri prima di me e a una catena di bambini non ancora nati.  Adesso mi sento collegata al mondo come non lo ero mai stata prima. Questa è forse connessione?

So che queste percezioni non sono certo il diamante della vera comprensione di ogni cosa,  sono invece una solo una  versione più bavosa e collosa di presa di coscienza, coperta di saliva e di briciole di patatine.

Ma questo è il dono che ricevo dal fare la madre, come se si trattasse di una potente pratica di meditazione.

Yasodhara, la moglie del Buddha,  non fugge nel cuore della notte alla ricerca dell’illuminazione. Ma se ne sta a  casa in compagnia di Rahula, il figlio, e l’illuminazione, lei  la trova proprio lì

Cosa pensiamo noi madri della controversa  storia del Buddha che abbandona la sua famiglia nel cuore della notte? Ho posto la domanda a un grande maestro che mi rispose semplicemente che il Buddha non era ancora illuminato quando lasciò la sua famiglia, tutto qui. Era solo un giovane principe in preda a un terribile tormento. Se sei sveglio non abbandoni tuo figlio, dove potresti mai andare?

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